Il presidente dell’Ania, Cerchiai, rilancia un sistema pubblico-privato per offrire al retail prodotti contro il terremoto e le alluvioniSi riaccende il dibattito sulla necessità di introdurre in Italia polizze che tutelino i cittadini dai danni di terremoti e catastrofi naturali. Un argomento annoso, di cui si discute dal 1998. Un tentativo fu fatto con la Finanziaria del 1999 e poi ancora con quella del 2005, ma tutto si è sempre arenato a causa della profonda diversità di vedute dei soggetti coinvolti, governo, assicuratori e consumatori.
Dopo il terremoto in Abruzzo la questione è tornata però di drammatica attualità, e a scendere in campo è stata ieri l’Ania, l’associazione delle compagnie di assicurazione. Il presidente, Fabio Cerchiai, ha proposto «un sistema misto tra il mondo assicurativo e lo Stato», considerandolo, «l’unico modo per affrontare catastrofi come il terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo».
A oggi le poche polizze diffuse in Italia con queste coperture sono offerte alle imprese e agli enti pubblici. Mentre ai privati restano di fatto inaccessibili. In caso di danni subiti dai cittadini l’unica speranza è quindi quella di affidarsi agli aiuti pubblici. Che, tra l’altro, pesano fortemente sulle casse statali considerando che negli ultimi 20 anni lo stato italiano ha speso mediamente 3,5 miliardi l’anno. «Questo», ha aggiunto Cerchiai, «è il momento di concentrarsi tutti sulle cose da fare subito, aiutando chi è stato colpito. Ma verranno poi i tempi per riflettere sul fatto che il nostro è uno dei pochi Paesi che non ha un sistema misto pubblico-privato contro le catastrofi naturali».
In effetti da un confronto europeo l’Italia ne esce perdente, nonostante il rischio per il Paese sia molto elevato. «L’ultimo stato ad adeguarsi in Europa è stata la Romania», dice Adolfo Bertani, ex amministratore delegato di Zurich Italia e oggi presidente del consorzio non profit Cineas, che da anni segue queste tematiche, «mentre il nostro è l’unico Paese europeo a non essersi dotato di una tale norma, nonostante il 67% dei Comuni si trovi in zona sismica e il 50% delle imprese in aree esposte a pericolo di frane o alluvioni».
L’ultimo tentativo del 2004 che introduceva l’estensione obbligatoria dei danni catastrofali alle polizze incendio degli edifici si è arenato sull’entità della somma che lo Stato avrebbe dovuto mettere a disposizione per intervenire come «riassicuratore di terzo livello». Un cuscinetto che sarebbe servito nel caso in cui i danni avessero superato le coperture messe a disposizione da assicuratori e riassicuratori. Nel 2005 era stato ipotizzato uno stanziamento di 50 milioni, affidato alla Consap.
Cifra considerata però irrisoria dagli assicuratori. Da questo punto dovrà quindi probabilmente ripartire il dialogo. «L’unico modo per affrontare problemi di questo tipo è un sistema tra compagnie d’assicurazione, riassicurazioni e Stato, inteso come assicuratore di ultimo livello per eventi catastrofici veramente grandi», ha ribadito ieri Cerchiai. «Il mondo assicurativo italiano è pronto a colloquiare sulle modalità». Bisognerà però superare anche l’ostilità dei consumatori che considerano queste polizze una nuova tassa sulle sciagure visto che, nel sistema attuale l’intervento statale è comunque garantito. «Ma queste spese vanno a pesare sulle casse statali e ricadono sempre sui cittadini», osserva Bertani, «mentre con la sottoscrizione delle polizze ci sarebbe la certezza e la tempestività dell’intervento».
Per quanto riguarda il terremoto in Abruzzo l’Isvap ha fatto sapere ieri che l’esposizione delle compagnie italiane è modesta, e soprattutto bisogna considerare l’intervento dei riassicuratori che riducono il rischio. Come nel caso delle Generali che, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza era l’assicuratore della Casa dello studente crollata a L’Aquila. La polizza prevedeva danni agli edifici fino a 10 milioni, ma è stata in parte riassicurata.

